Cronache dal Diverso
"changing place_changing time_changing thoughts_changing future"Il Viaggio CXXVI
I
Per il bambino innamorato delle mappe e delle stampe
l’universo è pari alla sua immensa voglia.
Ah! com’è grandeil mondo alla luce della lampada!
com’è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!
Un mattino di parte, cervello in fiamme, gonfio
il cuore di rancori e desideri amari,
e andiamo, abbandonati al ritmo delle onde,
cullando il nostro infinito sul finito dei mari:
chi lieto di fuggire una patria ignobile;
altri l’orrore della propria nascia, e alcuni,
negli occhi d’una donna inabissati astrologhi,
la tirannica Circe dagli insidiosi profumi.
Per non esser mutati in bestie, s’ubriacano
di spazio e di luce e dei cieli di brace;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
scancellano lentamente la traccia dei baci.
Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, simili a palloni,
mai cercano di sfuggire al loro destino,
e, senza sapere perchè, dicono sempre: Andiamo!
Quelli i cui desideri hanno la forma delle nuvole,
e sognano, come un coscritto sogna il cannone,
voluttà vaste, multiformi, sconosciute,
di cui lo spirito umano non conosce il nome!
II
Imitiamo nei loro valzer, nel loro rimbalzare
la trottola e la palla, orrore! anche nel sonno
la Curiosità ci tormenta e ci fa turbinare
come un Angelo perfido che va frustando i soli.
Strana peripezia in cui la meta si sposta;
può essere dovunque, non essendo in nessun luogo!
L’Uomo dalla speranza mai stanca, senza sosta
corre come un pazzo per trovare riposo.
L’anima nostra è un tre alberi che cerca la sua Icaria;
una voce sul ponte “Aprite l’occhio!” risuona;
un’altra voce, ardente e folle, grida dalla gabbia:
“Amore…gioia..gloria!”. Dannazione, è uno scoglio!
Ogni isolotto avvistato dall’uomo di guardia
appare un Eldorado promesso dal Destino;
l’Immaginazione che architeta la sua orgia
scopre un piatto frangente alla luce del mattino.
Povero sognatore di terre chimeriche!
Non è da incatenarsi e da buttarsi a mare,
il marinaio ubriaco inventore d’Americhe,
il cui miraggio rende l’abisso più amaro?
Così il vecchio accattone scalpicciando nel fango
sogna, col naso in aria, paradisi di luce;
una Capua si svela al suo occhio incantato
dovunque una candela illumini un tugurio.
III
Stupefacenti viaggiatori! Che magnifiche storie
leggiamo nei vostri occhi profondi come i mari!
Mostrateci gli scrigni della vostra ricca memoria,
quei gioelli stupendi fati di stelle e di spazi.
Desideriamo viaggiare senza nave né vela!
Fate, per distrarre la noia delle nostre prigioni,
sfilare sui nostri spiriti tesi come una tela,
in cornici d’orizzonti, le vostre visioni…
Dite, che avete visto?
IV
Abbiamo visto astri
ed acque; e poi ancora sabbie sterminate;
malgrado molte sorprese e improvvisi disastri,
proprio come qui, ci siamo spesso annoiati.
La gloria del sole sopra il mare violetto,
la gloria delle città nel sole morente,
ci accendevano in cuore un entusiasmo inquieto
di tuffarci in un cielo dal riflesso chimerico.
Le più ricche città, i paesaggi più grandiosi
per noi non contenevano gli arcani sortilegi
di quelli che compone con le nuvole il caso,
e sempre il desiderio ci faceva assorti!
- La gioia al desiderio non fa che aggiungere forza.
Desiderio, vecchio albero a cui il piacere è concime,
i tuoi rami, mentre s’ingrossa e s’indurisce la scorza,
vogliono poter vedere il sole più da vicino!
Crescerai sempre, albero immenso, più tenace
del cipresso? – Pure, meticolosamente abbiamo
raccolto qualche schizzo per il vostro album vorace,
fratelli per cui è bello solo ciò che è lontano!
Abbiamo salutato idoli con la proboscide,
troni tempestati di gioielli sfarzosi:
palazzi casellati la cui pompa fiabesca
sarebbe per i banchieri un sogno rovinoso;
costumi variopinti che sono per gli occhi una festa,
donne che hanno dipinte le unghie e i denti,
e giocolieri esperti carezzati dai serpenti.
V
E poi, e poi ancora?
VI
O cervelli infantili!
Per non dimenticare la cosa principale,
abbiamo visto ovunque, senza averlo cercato,
sparso da cima a fondo della scala fatale,
il noioso spettacolo dell’eterno peccato:
La donna, schiava vile, stupida e presuntuosa,
che si ama senza nausea e tutta seria si adora;
l’uomo, tiranno ingordo, vizioso, duro e cùpido,
schiavo d’una schiava, ruscello nella fogna;
il boia che gode, il martire che geme; la festa
a cui il sangue aggiunge aroma e condimento;
il veleno del potere che logora il despota,
il popolo innamorato della frusta abbrutente;
molte religioni simili a quella nostra,
tutte alla scalata del Cielo: la Santità,
come in letti di piume un sibarita si crogiola,
in mezzo ai chiodi e al crine trova la voluttà;
l’Umanità che chiacchiera, ebbra del suo genio
e, folle oggi come lo era in principio,
impreca a Dio, nella furibonda agonia:
“Mio padrone, mio simile, io ti maledico!”
E i meno sciocchi, gli arditi, amanti della Demenza,
che fuggono il gregge enorme stipato dal Destino
e vanno a rifugiarsi nell’oppio immenso!
- questo del globo intero l’eterno bollettino.
VII
Sapienza amara quella che si ricava dal viaggio!
Il mondo, monotono e piccolo, ieri, oggi
domani, sempre, ci mostra di noi la stessa immagine:
un’oasi d’orrore in un deserto di noia!
Partie? restare? Se puoi restare, resta;
parti, se necessario. Chi corre e chi si tappa in casa
per ingannare il nemico vigilante e funesto,
il Tempo! Ahimè! alcuni corrono senza una pausa
come l’Ebreo errante, come gli apostoli;
treni e battelli, nulla per loro è abbastanza
per fuggire il reziario infame; e ce n’è altri
che sanno ucciderlo senza lasciare la stanza.
Quando ci metterà il piede sulla schiena
potremo infine sperare e grideremo: Avanti!
come altre volte partivamo per la Cina,
lo sguardo fisso al altro ed i capelli al vento,
c’imbarcheremo sul mare delle Tenebre
con il cuore gioioso d’un passeggero giovinetto.
Ascolta il richiamo duadente e funebre
di quelle voci che cantano: “Di qui, voi che volete
mangiare il Loto fragrante! Qui è la vendemmia
dei frutti prodigiosi di cui i cuori hanno fame;
venite a inebriarvi della dolcezza strana
di questo pomeriggio che non avrà mai fine!”
Dalla voce familiare riconosciamo lo spettro;
di laggiù i nostri Piladi ci tendono le braccia.
“Per rinfrescarti il cuore va verso la tua Elettra!”
dice quella cui coprivamo i ginocchi di baci.
VIII
Morte, vecchio capitano, è ora! leviamo l’ancora!
Questo paese ci annoia, o Morte! Salpiamo!
Se cielo e mare sono neri come inchiostro
i cuori che ben conosci sono raggianti!
Versaci il tuo veleno perchè ci riconforti!
vogliamo, tanto ci brucia la mente questo fuoco,
tuffarci in fondo all’abisso, Inferno o Cielo, che importa?
Per trovare il nuovo nel grembo dell’Ignoto!
Un altro Enzo, che vivrà nella Memoria
…E’ morto all’età di 87 anni la mattina del 6 novembre 2007. Pochi giorni prima di morire sembra avesse detto ad un’infermiera, “Si sta come d’autunno \ sugli alberi \ le foglie”, citando una bellissima poesia di Ungaretti, aggiungendo poi “ma tira un forte vento…”, segno di una lucidità intellettuale davvero ammirevole per l’età e le condizioni fisiche…
“Sto dall’altra parte, quella che simpaticamente il premier ha definito «coglioni». Credo che tutti i giovani, figli di ricchi o di poveri, debbano avere gli stessi diritti allo studio e uguali possibilità nell’affrontare la vita; credo nella magistratura, nella sua indipendenza, e che tutti possano difendersi qualunque sia il conto in banca, quindi non credo alle trame; credo nella libertà di espressione, cioè giornali e televisioni liberi di criticare il potere; credo che non debbano esserci prevaricazioni né leggi ad personam, per sé, familiari o amici; credo che la pace debba sempre vincere sulla guerra; infine credo che non si debbano imbarcare fascisti e neonazisti per un pugno di voti. Non mi fido di chi ha avuto cinque anni e li ha spesi male. E non ho mai sopportato quelli che fanno promesse e non le mantengono”. (dal Corriere della Sera, 9 aprile 2006)
Due
Quando saremo due saremo veglia e sonno,affonderemo nella stessa polpa
come il dente di latte e il suo secondo,
saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,
come i cieli, del giorno e della notte,
due come sono i piedi, gli occhi, i reni,
come i tempi del battito
i colpi del respiro.
Quando saremo due non avremo metà
saremo un due che non si può dividere con niente.
Quando saremo due, nessuno sarà uno,
uno sarà l’uguale di nessuno
e l’unità consisterà nel due.
Quando saremo due
cambierà nome pure l’universo
diventerà diverso.
[Erri De Luca. Solo Andata]
Galatea delle Sfere
Sono una femmina, nata sotto il segno del Cancro,
Napoletana, di quelle teatranti, che portano dentro il fuoco del Vulcano, e vibrano al ritmo del vento che carezza le onde;
Libera, come scritto è nel mio nome;
Sogno di lasciare un segno in questo o quel mondo, di lasciare Memoria di me.
Sogno.
Il sentimento della compassione
Qualche anno fa concludevo la mia tesi di maturità con il “canto dell’addio” di un soldato divenuto bonzo..
da una celebre pellicola anni ’50…poco sembra cambiato da allora…
“Ho superato i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un urlo insano. Ho visto l’erba bruciata, i campi riarsi… perché tanta distruzione caduta sul mondo? E la luce mi illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta a un interrogativo inumano. Io potevo solo portare un poco di pietà laddove non esisteva che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà! – pensai – E allora non importerebbero la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. Adesso continuerò in questa mia missione, continuerò nel tempo fino alla fine”.
[ L'arpa birmana ]
Solo Andata
Consiglio dell’esperto
“ Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema.
Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che
vi spezza la schiena e vi piega a terra, dovete ubriacarvi senza tregua.
Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi.
E se talvolta, sui gradini di un palazzo,
sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine
della vostra stanza, vi risvegliate perchè l’ebbrezza è
diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle,
agli uccelli, all’orologio, a tutto ciò che fugge,
a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta,
a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento,
le onde, le stelle, gli uccelli, l’orologio, vi risponderanno:
- E’ ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati
del Tempo, ubriacatevi, ubraicatevi sempre!
Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare-.”
foglie cadenti
Anche oggi Modena saluta con un caldo sole,
c’è ancora abbastanza luce al mattino, e non serve ancora coprirsi troppo.
Non c’è musica a dare il ritmo alla breve corsa, e nemmeno va sprecato il fiato,
perciò l’occhio in cerca di particolari, per spostare l’attenzione dalle caviglie stanche alla testa,
dove ancora covano i sogni della notte.
Le prime foglie adagiate sull’asfalto, decorano la via
della pista ciclabile, colorate di uno spesso strato di giallo, gettato senza tanto curarsi
che la strada fosse sgombra. Alcune verranno raccolte, altre spazzate, altre soffiate via dal vento,
eppure rimarranno lì le loro sagome, sulla lunga cornice dei viali alberati,
che porterà nel susseguirsi delle stagioni
il segno delle prime foglie cadenti d’autunno.




